Dalla scena competitiva alla narrazione: quando un’esperienza reale diventa un videogioco.
Ci sono giochi che nascono da un’idea di gameplay, e altri che nascono da una sensazione. Will: Follow The Light appartiene alla seconda categoria. Non parte da una meccanica, ma da qualcosa di più profondo: il bisogno di raccontare un viaggio. Non uno qualsiasi, ma uno che mette insieme distanza, perdita e scoperta. Dietro questo progetto c’è un percorso umano prima ancora che professionale, fatto di cambiamenti, sperimentazione e una volontà precisa di uscire da tutto ciò che era già stato fatto.
WILL: follow the light non è un gioco sul viaggio. È un gioco su cosa lasci indietro.
Per capire davvero Will: Follow The Light bisogna partire dalla figura che lo ha reso possibile: Roman Novikov. Il suo percorso non è quello classico dello sviluppatore indie. Nei primi anni 2000 è immerso nella scena competitiva di Counter-Strike, un ambiente fatto di riflessi, precisione e performance. Successivamente si sposta verso la creazione di contenuti, lavorando su montaggi e highlight video, sviluppando una sensibilità visiva che lo porterà poi nel mondo della computer grafica.
Questo passaggio è fondamentale, perché definisce il modo in cui il gioco viene costruito. Non nasce da una logica puramente tecnica, ma da una combinazione tra storytelling visivo e sensibilità artistica. Nel 2015 Novikov apre uno studio creativo e lavora su diversi progetti, ma a un certo punto arriva una decisione chiara: smettere di costruire per gli altri e iniziare a creare qualcosa di proprio. È da questa scelta che nasce TomorrowHead Studio.
Il team è ridotto, circa sedici persone, ma l’ambizione è immediatamente evidente. L’obiettivo non è realizzare un progetto contenuto, ma costruire un’esperienza capace di competere a livello visivo con produzioni molto più grandi. L’utilizzo di Unreal Engine 5 permette di raggiungere un livello tecnico elevato, ma ciò che distingue davvero il progetto è la direzione.
Il cuore del gioco nasce da una passione reale: il viaggio. Non come semplice spostamento da un punto all’altro, ma come esperienza emotiva. Esplorare, perdersi, confrontarsi con spazi enormi e sentirsi piccoli. Questa sensazione viene tradotta direttamente in gameplay. La navigazione non è solo un sistema, ma la struttura stessa del gioco.
Le coordinate geografiche diventano un elemento centrale. Latitudine e longitudine non sono dettagli tecnici, ma strumenti attraverso cui il giocatore si orienta. Il mare non è uno sfondo, ma un ambiente vivo, fatto di tempeste, direzione e imprevedibilità. Non si tratta di muoversi liberamente, ma di imparare a leggere il mondo.
All’interno di questo sistema prende forma una storia che mantiene una forte dimensione umana. Un padre, un figlio, una distanza che non è solo fisica. Il viaggio diventa così doppio: da una parte l’esplorazione di uno spazio ostile, dall’altra il tentativo di colmare una frattura emotiva. È un equilibrio delicato, che evita sia il puro simulatore sia la narrazione passiva.
L’ambientazione gioca un ruolo decisivo nel definire il tono dell’esperienza. Il nord estremo, con il suo freddo e il suo silenzio, amplifica ogni sensazione. Non c’è caos, non c’è sovraccarico visivo. C’è spazio. E in quello spazio emerge la solitudine. Non quella costruita artificialmente, ma quella che nasce quando sei davvero lontano da tutto.
Le influenze del progetto sono riconoscibili ma non invasive. Si percepisce l’isolamento narrativo di esperienze simili a Firewatch, la tensione psicologica di titoli come Alan Wake e una componente di navigazione che richiama sistemi più dinamici. Tuttavia, Will: Follow The Light non si limita a combinare elementi già esistenti. Li utilizza per costruire qualcosa di coerente con la propria identità.
Il risultato è un gioco che non punta sulla velocità o sull’azione, ma sulla percezione. Il tempo è più lento, le decisioni pesano di più, ogni spostamento ha un significato. Non si tratta di completare un obiettivo, ma di attraversare un’esperienza.
Ed è proprio qui che il progetto trova la sua forza.
Non è un gioco che cerca di impressionare con la spettacolarità, ma di coinvolgere attraverso la distanza. Distanza fisica, emotiva, narrativa. Tutto è costruito per farti sentire lontano da ciò che conosci, e proprio per questo più consapevole di ciò che conta.
Will: Follow The Light non è solo il primo progetto di uno studio.
È una dichiarazione di intenti.
Un modo di dire che anche da un percorso non lineare può nascere qualcosa di estremamente coerente.
E soprattutto, è la prova che a volte il viaggio più interessante non è quello che fai nel gioco.
Ma quello che ha portato il gioco a esistere.











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